L’architrave più antica di Bosa

L’architrave in trachite rossa (effusiva) è in assoluto la più antica del borgo bosano. Recante  la  data  1580 scolpita nella cuspide della fiammella  gotico-catalana,  è  attribuita,  da fonti orali, ad una chiesa non meglio precisata e, in un secondo momento, sarebbe stata murata nel portale della abitazione di via S. Ignazio n. 79 dove si trova oggi e di proprietà della mia famiglia.

Cervo: regalità e rinnovamento ciclico. In araldica è simbolo di nobiltà antica e generosa oltre che di longevità, (si riteneva potesse arrivare ai 300 anni). È considerato anche simbolo di amore per la musicaprudenzapentimentopreghiera etc.

In una visione arcaica, la regalità, quindi la stabilità, è connessa alla sapienza sacra e alla saggezza che deriva dalla conoscenza delle leggi divine, della giustizia e delle dinamiche dei cicli naturali. Il potere regale, quindi, non è scisso da quello sacro. Il cervo è, per questo motivo, un potente simbolo riunificatore, che dà risalto a due aspetti necessari della nobiltà: la conoscenza sacra e la regalità.
Il regno animale insegna che, per essere i migliori, quindi per essere adatti a governare e a decidere il destino dei popoli, non ci si può sottrarre a questa legge, pena l’indebolimento della specie, o, nel caso dell’uomo, la fine di un’intera cultura. Tutto si rinnova ciclicamente, ma ogni cosa è sempre e comunque destinata a mutare. La capacità di imprimere una direzione al mutamento naturale, restando fedeli ai propri valori e alle proprie idee, appartiene soltanto agli spiriti nobili. Questa è la capacità che i governanti, in un tempo futuro, prossimo o remoto, dovrebbero tornare ad avere per ripristinare una superiore Armonia tra i vari gruppi umani e tra questi e gli elementi della Natura.

Aquila Bicipite con le ali spiegate simbolizza il Sacro Romano impero. In araldica, l’aquila con due teste separate fin dal collo e rivolte in due direzioni opposte, generalmente la si pone nel capo d’oro, detto capo dell’Impero. Identifica l’unione di due imperi.
L’aquila bicipite fu adottata come stemma imperiale per la prima volta dall’imperatore romano Costantino I, detto il Grande, e rimase poi come stemma nell’Impero romano d’oriente fino all’ultima dinastia di imperatori bizantini: quella dei Paleologi. Oggi, la Chiesa ortodossa greca usa l’aquila bicipite come eredità dei bizantini. Lo stesso stemma fu poi usato dagli Arsacidi, re d’Armenia, e più avanti dagli Asburgo, imperatori d’Austria e re d’Ungheria, e dai Romanov, zar di tutte le Russie. Anche i re di Serbia, i principi di Montenegro, e l’eroe albanese della resistenza contro i turchi ottomani, Giorgio Castriota Scanderbeg, adottò l’aquila bicipite come emblema. L’aquila bicipite fu adottata anche in Oriente, per il regno di Mysore nell’India.
Secondo alcuni autori una testa rappresenta l’Occidente e l’altra l’Oriente, in particolare le due metà dell’Impero bizantino, una in Europa e una in Asia.

Leone Coronato: la forza, il coraggio ed il comando. Il leone è la figura classica, al punto che quando una blasonatura indica un leone senza ulteriori precisazioni, si tratta di quello rampante. È ritto su una zampa e protende una delle zampe superiori (rampante viene dal latino rapere = prendere, impadronirsi). Il leone era usato per rappresentare il coraggio e quindi come simbolo della stirpe coraggiosa

Cinghiale: audacia e fierezza in combattimento. Il simbolismo del cinghiale ha radici antichissime. Impavido tra gli animali, dotato di virtù guerriere per natura, il cinghiale è il simbolo del coraggio, dell’indomita capacità che accomuna uomini e animali di difendersi e, come i più nobili tra i guerrieri, di esprimere la propria volontà di sopravvivenza. Questo simbolo rappresenta una nobile e sacra visione del mondo costantemente legata al dominio spirituale e non esclusivamente suggerita da bisogni materiali. L’augurio è quello di essere guidati, in questo momento storico di profonda crisi spirituale, dalla sua forza e dal suo coraggio, per affermare la volontà di preservare e tramandare i culti e le tradizioni che hanno, nei millenni, definito la fisionomia dei nostri popoli.

IHSV: iniziali del ben noto motto costantiniano In Hoc Signo Vinces. Questo simbolo ha, in genere, valenza apotropaica, ovvero serve ad invocare sulla casa benedizione e protezione dagli influssi o spiriti negativi, trae la sua origine dal nome di Gesù, ed è per questo conosciuto come Cristogramma, o monogramma Cristico
Il Cristogramma cominciò a guadagnare popolarità in seguito alla diffusione del culto del Santissimo Nome di Gesù, il cui primo promotore fu San Bernardo di Chiaravalle. La sigla venne poi adottata dal beato Giovanni Colombini da Siena, fondatore, nel 1360 circa, della fraternità laica dei Gesuati, i quali portavano questa sigla cucita sul petto. La sigla venne poi ripresa da San Vincenzo Ferrer, ma l’apice della sua diffusione si deve all’opera di predicazione di San Bernardino da Siena, al quale rimane strettamente legata.
Bernardino inserì il trigramma all’interno di un disco solare a dodici raggi, a simboleggiare il Cristo circondato dai suoi apostoli, riprendendo un’iconografia già precedentemente creata dal predicatore Ubertino da Casale. In seguito alla cattiva nomea di quest’ultimo, e temendo che una devozione ed un’ostensione troppo vistosa del monogramma potesse generare una deviazione idolatrica, papa Martino V impose nel 1427 l’aggiunta di una croce alla sigla, che doveva essere tracciata sopra l’astina orizzontale dell’acca, se in caratteri maiuscoli, oppure deposta a taglio sull’astina verticale dell’acca, se scritta in forma minuscola, assumendo così la forma con la quale la conosciamo oggi.
Dopo la Controriforma, sulla scia del successo che il simbolo aveva già avuto con Bernardino da Siena, esso venne adottato come sigillo personale da Sant’Ignazio da Loyola, nel 1541. Più tardi, la Compagnia di Gesù, ovvero la congregazione religiosa da lui fondata, con alcuni compagni, a Parigi nel 1534, lo adottò come emblema. Oltre agli elementi già noti, ossia il trigramma, il sole raggiato e la croce, essi aggiunsero al disotto della sigla i tre chiodi della Passione, che completavano il quadro simbolico sottolineando così il legame particolare con la persona di Gesù. Per lo stesso motivo Sant’Ignazio decise di chiamare la sua confraternita “Compagnia di Gesù”, o Gesuiti, e non, come era stato proposto, Ignazisti o Ignaziani. Il simbolo venne apposto sul frontespizio della prima edizione degli “Esercizi Spirituali” (1548).

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