Nemo propheta in patria

Sono continuate per diversi anni le mie epistole in difesa della memoria di Niccolò Paganini nella sua città natale, Genova.
Nel 1998 scrivevo al Touring Club Italiano perché sposassero la mia e la nostra causa per trovare un luogo dove creare un museo dove raccogliere tutti i cimeli, gli strumenti e gli oggetti personali.

Parlo di nostra causa, perché anima pulsante era la mia insegnante di pianoforte, nonché presidentessa dell’Istituto di Studi Paganiniani, la prof. Alma Brughera Capaldo.
Per questo motivo sono cresciuta a pane e a Paganini.

Eravamo alle soglie di Genova Capitale Europea della Cultura 2004. Purtroppo le istituzioni non hanno mai visto aldilà del loro naso, tanto meno sono stati in grado di riconoscere un potenziale turistico culturale legato a Paganini, virtuoso del violino e compositore sopraffino amato a livello mondiale.

Naturalmente, dal 1998 ad oggi, la storia è andata avanti e sono state scritte anche pagine importanti grazie all’impegno di una associazione culturale nata proprio per promuovere la figura di Paganini. Esiste un percorso turistico lungo i luoghi legati alla città di Genova. Mentre la Casa Paganini lo è solo di nome e non di fatto in quanto di proprietà dell’Università di Genova.
Tra le cose spiacevoli, il fatto che nel 2014, gli eredi diretti di Paganini hanno messo all’asta alcuni cimeli di valore, tra cui strumenti musicali, componenti di arredo, oggetti personali che sono andati per la maggior parte dispersi tra collezionisti dislocati in diverse parti del mondo. Per l’acquisto si auspicava l’intercessione di un mecenate che potesse poi rendere disponibile la collezione, cosa che, in parte, accadde.

L’Assessorato alla Cultura e l’ufficio Direzione Cultura del Comune di Genova progettò, alla fine del 2016, un Museo di Paganini, contenente ampia e rappresentativa selezione di strumenti e cimeli del grande violinista, sia di proprietà pubblica che concessi in comodato da enti o collezionisti privati: la presente mostra, inaugurata per il Festival, ne costituiva il primo nucleo.

Da anni è già affiancato al Guarneri, lo strumento che il liutaio parigino Jean Baptiste Villeaume costruì come copia del “Cannone” e che Paganini cedette a Camillo Sivori e dagli eredi di questi donato al Comune.
Tra i pezzi di maggior rilievo nell’asta di cui sopra, c’erano tre chitarre appartenute al musicista, due strumenti del napoletano Gennaro Fabbricatore, all’epoca tra i più rinomati costruttori di strumenti a pizzico, ed una Lacote francese, strumento che proietta i criteri costruttivi verso una visione moderna della chitarra; inoltre venne esposto il quadro originale che Paganini considerò il più somigliante tra quelli, numerosissimi, realizzati da pittori contemporanei: dipinto nel 1832 a Londra da George Patten (battuto all’asta per 55 mila euro), fu poi riprodotto dall’autore stesso su richiesta di Paganini ed oggi può venire ammirato dopo un pregevolissimo restauro avvenuto nel 2016.

La mostra è stata realizzata a cura del Comune di Genova Direzione Cultura; con la collaborazione del collezionista Giovanni Accornero.

Storia recente è la mostra del 2018 “Paganini Rockstar” che come spiegava la curatrice, la dottoressa Fontana, “l’intento era anche quello di far conoscere Paganini a un pubblico più ampio e, soprattutto, ai Genovesi”.
Quindi a distanza di 30 anni (per quel che mi riguarda, molti di più per gli studiosi che prima di me ed ancora portano avanti la causa paganiniana) ben poco è cambiato, prima di ogni altro bisogna cercare di scalfire il “muro di genovesi”, nonostante i 45mila visitatori della “furbesca” mostra.

Nemo profeta in patria.

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