Il teatro della memoria

Quando mi sono iscritta all’università, al DAMS, sarei voluta diventare un “topo di biblioteca”. La mia passione per la musica classica, gli archivi storici, la possibilità di tenere tra le mani carte autografe era in quegli anni il mio obiettivo principale. Poi c’era la scrittura, il desiderio di diventare critico musicale. Vivevo e respiravo musica. Bologna poi negli anni ’90 era in fermento culturale. Si poteva trovare, ascoltare, praticare ogni genere musicale. Per gli studenti c’erano inoltre tantissime agevolazioni, quindi potevi andare a teatro tutte le sere, usufruendo dei posti in piedi o in piccionaia. Quindi tutto era possibile. Compreso sognare.

Oltre ai corsi, mi iscrissi anche ad un master aperto ai laureandi, che mi diede la possibilità di fare uno stage alla Scala di Milano. Toccai con mano l’esigenza di digitalizzare (parliamo del 2000) tutto l’archivio storico, cercando di trovare le soluzioni più veloci ed innovative. Lavorai su uno spartito con le annotazioni di Riccardo Muti.

Ma in un teatro non c’è solo un archivio cartaceo da sistemare, ma anche costumi, scenografia, oggettistica. Di qui lo spunto per parlare della memoria di un teatro.

L’articolo è stato pubblicato su L’Invito n. 44 di ottobre 2000.

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